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Nelle seguenti note si cercano di descrivere a livello generale gli
elementi di novità della ingegneria della sicurezza antincendio con
cui i professionisti europei e statunitensi sono già alle prese
da tempo.
Per presentare l'argomento, può essere utile partire dalla descrizione
della situazione normativa italiana, in cui esiste una notevole quantità di
disposizioni. Queste norme garantiscono che tutti godano di uguali livelli
di sicurezza ma presentano lo svantaggio di limitare le possibilità progettuali
dei professionisti.
Dalla seconda metà degli anni sessanta sono state emanate prescrizioni
di sicurezza in grado di assicurare a tutti i soggetti controllati
una univocità ed uniformità di trattamento. Tale indirizzo,
tuttora seguito, ha portato ad un patrimonio normativo di notevole mole,
che presenta il vantaggio di garantire l'uniformità di trattamento
a tutti i soggetti controllati ma é poco propenso ad adattarsi
alle situazioni particolari che inevitabilmente si incontrano nella pratica
professionale.
Dai primi anni ottanta, insieme all'aumento del numero di disposizioni,
si è fatta rilevante la necessità di attuare misure ritagliate
sulle necessità di singoli ambiti, in quei casi che, oggettivamente,
non potevano essere resi conformi alle disposizioni generali. Per questo
motivo, fin dal 1982, il legislatore aveva introdotto l'istituto della
deroga (DPR 577, art. 21), con la possibilità, quindi, di proporre
misure di sicurezza alternative da adottare per raggiungere il
livello minimo di sicurezza richiesto dalle norme (possibilità che
curiosamente non esiste nel caso delle norme volontarie UNI,
CEI, CIG ecc.).
Con il passare del tempo, tale procedura ha subito un utilizzo un sempre
maggiore, tanto che nel 1998 (DPR 37, art. 7) l'istruzione delle pratiche é stata
delegata integralmente alle sedi regionali dei Vigili del Fuoco, per
consentire una maggiore rapidità di trattazione secondo i criteri
fissate dalle leggi Bassanini sulla semplificazione amministrativa.
Ciononostante, la deroga era nata ed é rimasta uno strumento eccezionale,
per differenziare caso per caso, quelle misure di sicurezza che
dovrebbero essere uguali in tutte le attività dello stesso tipo.
Perché, nel quadro appena tratteggiato, si inseriscono le necessità di
competitività e di flessibilità alle quali abbiamo accennato
in apertura? Secondo chi scrive, l'esigenza di fondo espressa da un dibattito
sempre più sentito nel mondo della prevenzione incendi è quella
di riuscire a contemperare gli scopi propri dell'intervento pubblico,
quelli cioè di tutela della sicurezza e di uniformità di
trattazione, con le nuove necessità di libertà di azione
di professionisti ed imprenditori. In altri ambiti, ad esempio, queste
istanze hanno portato alla creazione dello sportello unico , anche
questo ispirato ad esperienze già vissute in altri paesi. Per
individuare le strade praticabili nel senso appena indicato è necessario
considerare aspetti di carattere giuridico e normativo, fondamentalmente
legati all'appartenenza dell'Italia all'Unione europea.
Dal punto di vista strettamente giuridico, si deve considerare che l'Unione
europea ha già previsto la possibilità di utilizzare metodi
paralleli alla consueta normazione prescrittiva e deterministica usualmente
utilizzata anche in Italia (definiamo prescrittiva una norma che impone
l'attuazione di determinati provvedimenti, basandosi sulla determinazione a
priori degli scenari incidentali). Questi metodi, che il Documento
interpretativo n. 2 della Direttiva prodotti da costruzione - sicurezza in
caso di incendio ha definito ingegneristici, sono
in grado di risolvere la progettazione della sicurezza antincendio in
modo più mirato alle esigenze degli utenti.
Perché tale possibilità é stata individuata, dalla
Commissione europea, nell'uso di questi modelli? Una prima importante
motivazione dovrebbe essere ricercata nel fatto che essi derivano da
un grande sforzo di ricerca su scala planetaria, sviluppato dall'ISO
nell'ambito del Comitato Tecnico 92 - sottocomitato 4 (all'interno dl
quale sono particolarmente attivi gruppi di ricercatori Usa, del Regno
Unito, della Svezia, del Giappone). Ma la vera risposta, forse, deve
essere cercata nelle reali potenzialità di tali metodi, per rendersi
conto delle quali sarebbe opportuno che ciascuno ne prendesse visione
formandosi la propria opinione sull'affidabilità delle scelte
compiute.
Premesso che, probabilmente, non è avveduto tentare di spiegare
in poche righe il contenuto di un lavoro tanto ambizioso, si può riassumere
il contenuto dei documenti ISO in fase di studio in tre punti essenziali:
- definizione di una metodologia di progettazione antincendio secondo
una codificazione definita;
- definizione degli scenari incidentali (in accordo con gli organi di
controllo) su cui sviluppare le successive valutazioni;
- valutazione oggettiva delle conseguenze di un incendio in relazione
allo scenario prescelto e misura del livello di sicurezza presumibile.
All'approccio ingegneristico è sottesa un'argomentazione di fondo:
l'incendio è un fenomeno (fisico e chimico) che, per quanto
complesso, può essere ricostruito o previsto attraverso modelli
adeguati. Accettata questa posizione, si può predisporre il lavoro
di progettazione nella maniera più completa e poi utilizzare i
supporti di calcolo ( hardware e software ) per dare una
valutazione quantitativa delle previsioni sviluppate.
In sostanza il professionista, una volta definiti gli aspetti progettuali
di riferimento secondo una determinata procedura codificata, dovrà prendere
contatto con i Vigili del Fuoco e stabilire, in accordo con loro, i gruppi
di scenari di incendio più credibili. Definite le situazioni
peggiori (in termini di presenza di persone, di materiali combustibili
e di situazioni di gestione) in cui, secondo i VV.F., potrà verosimilmente accadere
un incendio, il progettista dovrà calcolare l'evoluzione
degli incendi corrispondenti (utilizzando software in circolazione
i cui modelli matematici siano stati validati secondo i criteri che l'ISO
sta definendo). In questo modo potrà misurare i tempi di esodo
previsti (secondo modelli ad hoc ) e confrontarli con i tempi
di sopravvivenza delle persone presenti. In questa seconda fase entrano
in funzione i software, che permettono di seguire, ad esempio, l'andamento
delle temperature, dei fumi e del rilascio delle specie tossiche corrispondenti
allo scenario di incendio ipotizzato.
Il grado di sicurezza della progettazione, infine, deriverà dal
rapporto tra tempo di esodo/tempo di sopravvivenza nel peggiore tra gli
scenari di riferimento.
Dalla mole di informazioni necessarie per elaborare le previsioni, si
deduce che, per giungere ai programmi che già si trovano in commercio,
sono stati elaborati modelli che descrivono le capacità di rilascio
del calore dei materiali durante la combustione, la loro suscettibilità ad
essere innescati, l'andamento dell'incendio in funzione della
ventilazione, la generazione delle specie tossiche, la generazione dei
fumi ed il loro movimento, l'esodo delle persone. Inoltre, sono state
compiute sperimentazioni di laboratorio in grado di dare pratica utilizzabilità alle
formule matematiche teoriche.
Quale è la possibile applicazione di questi metodi (ricordiamo
che probabilmente il loro utilizzo non è poi così remoto,
visto che il Regno Unito lo scorso anno ha emanato ufficialmente la bozza
di norma British Standard relativa al loro utilizzo, impostata
sui documenti in elaborazione presso l'ISO)?. Azzardando una schematizzazione
volutamente semplificata e non completa, si possono delineare quattro
possibili applicazioni immediate:
- progettazione della sicurezza di attività civili complesse
per le quali non esistano norme di riferimento;
- possibilità di valutare le pratiche di deroga. L'ipotesi di
adottare una misura in luogo di un'altra potrà infatti essere misurata e
quindi pesata secondo criteri oggettivi;
- valutazione dei piani di emergenza, in quanto è possibile seguire
l'andamento di un incendio e la propagazione dei prodotti della
combustione, e conoscere istante per istante la percentuale di sopravvivenza
di una persona in un ambiente;
- investigazione delle cause di incendio, mediante la ricostruzione
delle fasi dell'incendio e la verifica o l' esclusione delle varie
ipotesi incidentali.
E' importante sottolineare, inoltre, che l'utilizzo di questi metodi
non contrasta con la sopravvivenza dell'approccio prescrittivo, attualmente
vigente anche in Italia. Questo può essere affermato non solo
in quanto l'Unione europea ha stabilito ( documento interpretativo
n. 2 ) che i soli approcci permessi in futuro saranno quello prescrittivo
e quello ingegneristico, ma perché, in fin dei conti, i due approcci
si integrano. Con le norme che conosciamo, infatti, si fissa univocamente
un livello di sicurezza delle singole attività (competenza
che è e rimarrà ai singoli stati dell'Unione), mentre con
i sistemi ingegneristici si potranno valutare le variazioni relative
al livello fissato, oltre che risolvere le progettazioni di strutture
complesse per le quali, tradizionalmente, non esistono norme. Con tali
metodi sono state realizzate quasi tutte le grandi strutture più recenti
nei paesi industrializzati, ma anche nel nostro paese non sono più tanto
rare le realizzazioni verificate o progettate dall'inizio secondo i modelli
in argomento.
Con queste note non ci si è proposto altro che informare sull'esistenza
di nuove possibilità applicative nel settore della prevenzione
incendi. Al momento purtroppo, per approfondire l'argomento ci si deve
rivolgere quasi esclusivamente a fonti straniere. Per avere un'idea delle
potenzialità di questi metodi e dei relativi software ci si può collegare
al sito internet dell'organo governativo statunitense NIST ( National
Institute Standard Technology ). Alla pagina web http//blazes.nist.gov è possibile
scaricare gratuitamente il programma di ingegneria antincendio Fastlite ,
che può permettere agli interessati di formarsi un'opinione sulle
possibilità dei metodi appena accennati.
L’incendio in situazioni di rischio speciale
come quelle dei carburanti liquidi, richiede qualcosa in più
dell’acqua pura per ottenere una estinzione efficace.
Se venisse utilizzata semplice acqua si otterrebbe infatti solamente
una diradazione delle fiamme.
Per ovviare a questo problema viene aggiunto all’acqua un agente
schiumogeno che permette la generazione di un agente estinguente capace
di contenere ed estinguere l’incendio, garantendo la soppressione
dei vapori ed impedendo eventuali riaccensioni.
I tipi di schiuma si possono suddividere in tre macro-categorie: a bassa,
media o alta espansione.
La schiuma a bassa espansione viene utilizzata principalmente in caso
di aree dove i liquidi infiammabili vengono lavorati o trasportati, oppure
per coprire liquidi o altri materiali per prevenirne l’accensione.
La schiuma a media espansione viene normalmente scelta per i luoghi dove
sono presenti liquidi infiammabili, mentre quella ad alta espansione è utilizzata
nei luoghi di stoccaggio, con l’obiettivo di riempire completamente
tutto lo spazio a disposizione. Le schiume utilizzabili sono identificate
da codici che ne determinano le caratteristiche; ne è un esempio
la sigla AR-AFFF (Alcohol Resistant Aqueous Film Forming Foam).
CENNI SULLA sicurezza CONTRO L'incendio
NEI LUOGHI DI LAVORO D.LEG.VO 626/94 - DM 10.3.98
Quando si parla di sicurezza antincendio si
parla di una parte della sicurezza; la sicurezza antincendio è infatti
una delle componenti di quella che è la sicurezza in generale.
Tutti gli ultimi interventi normativi hanno spinto tutti quanti ad occuparsi
di più di cultura della sicurezza; gli operatori del settore,
siano essi enti verificatori, organi di controllo, operatori della sicurezza in
genere, devono confrontarsi su un tavolo unico, quello che il D.Leg.vo
626/94, in tutti i suoi diversi aspetti, ha imposto, con la valutazione
globale delle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro, e
la inderogabile necessità che le diverse componenti della sicurezza (antinfortunistica,
igienico-ambientale, sanitaria, antincendio), arrivino
a soluzioni congruenti e compatibili. Il risultato finale delle analisi,
valutazioni, interventi, adeguamenti, procedure ecc., deve risultare
all'interno del piano di valutazione dei rischi, e in questo questo piano
vi deve essere una specifica parte dedicata alla sicurezza antincendio.
Fare una valutazione dei rischi di incendio comporta lo
studio e l'analisi delle problematiche che possono portare all'insorgenza
dell'incendio e poi, necessariamente, a individuare come poterci
proteggere dalle conseguenze dell'incendio.
In sintesi, valutare quella che è la condizione di pericolosità all'interno
delle strutture ai fini antincendio, individuare quello
che è il livello di rischio (sappiamo tutti che il rischio nullo
non esiste, non esiste una struttura intrinsecamente sicura), effettuare
tutti gli interventi necessari per eliminare o ridurre il livello di
rischio, e in funzione di questo livello di rischio organizzare gli interventi
protettivi, sia in termini di adeguamenti impiantistici, strutturali
e organizzativi, nonché connessi alla gestione delle emergenze.
E' importante riuscire a stabilire una sequenza di analisi che ci permetta
di affermare di aver fatto tutto quello che era necessario per garantire
un accettabile livello di sicurezza.
Per fare questo, bisogna conoscere le modalità di sviluppo
degli incendi e le problematiche insite nel fatto che gli incendi
possano o non possano avvenire, le caratteristiche delle sostanze,
la tipologia degli ambienti, gli inneschi, ecc., ed in funzione di
ciò che può capitare, determinare poi le conseguenze
su persone, strutture, ambiente, in relazione alla tipologia e gravità dei
vari eventi (conseguenza di un eventuale incendio, di esplosione,
con relativi effetti di sovratemperatura, irraggiamento, sovrapressione);
vanno quindi individuati i possibili bersagli, principalmente i lavoratori,
ma anche le strutture, le possibili conseguenze sulla capacità e
potenzialità produttiva, ecc.
La scelta del livello di difesa e di protezione dagli incendi necessaria
ci indirizzerà sul tipo di investimento da fare e sul livello
di sicurezza che vogliamo raggiungere.
Questo ci permette di determinare le misure di sicurezza strutturali,
impiantistiche e gestionali, che, in fondo completano l'organizzazione
della sicurezza.
Bisogna cercare di arrivare ad un risultato che ci consenta di affermare
che investire nella sicurezza non risulti una spesa, ma un investimento
finalizzato anche ad un miglioramento delle condizioni di lavoro in genere,
con riflessi positivi anche sulla capacità produttiva e qualità del
lavoro.
Le analisi e valutazioni del rischio incendio devono quindi
essere condotte compatibilmente a tutti gli altri aspetti della sicurezza,
e deve condurre a questi obiettivi:
-
ridurre la probabilità di accadimento dello stesso, quindi
fase preventiva;
-
garantire una adeguata protezione antincendio,
cioè limitare le conseguenze dell'evento;
-
garantire la sicurezza delle persone, e consentire
condizioni di evacuazione in sicurezza;
-
garantire la sicurezza di strutture:· prevedere
la presenza di impianti e attrezzature per permettere il salvataggio
delle persone e fronteggiare gli eventi;
-
garantire la sicurezza dei soccorritori, cioè dar
loro la possibilità di soccorrere le vittime di un eventuale
incidente: garantire la sicurezza dei soccorritori significa
garantire la sicurezza di chi deve essere soccorso;
-
prevedere una adeguata organizzazione dell'emergenza.
E' chiaro che quando si fa una valutazione sul rischio di incendio,
bisogna fare tutta un'analisi ed uno studio sulla singola attività;
per far questo bisogna tenere conto del tipo di attività, del
materiale che si ha immagazzinato, della tipologia delle strutture e
dei materiali utilizzati per rivestimenti e arredi, della tipologia dei
luoghi (multipiano, monopiano, ecc.), del numero delle persone presenti
e della loro capacità di autonomia motoria.
Questi sono dati fondamentali per potere, in seguito, procedere all'identificazione
dei pericoli, delle persone esposte e, di conseguenza, valutare i bersagli
di quelli che possono essere i pericoli e i conseguenti rischi, e vedere
se questi rischi sono accettabili o non accettabili, eliminabili o non
eliminabili.
A questo punto si deve valutare effettivamente, in termini propositivi
e risolutivi, quelle che sono le condizioni di accettabilità del
rischio che sarà, ad ogni modo, sempre presente.
Bisogna identificare i pericoli di incendio, a cominciare
dai materiali combustibili ma soprattutto infiammabili (e tra questi
quelli che hanno temperatura di infiammabilità più bassa),
le tipologie di lavorazione e la loro pericolosità intrinseca.
Inoltre bisognerà puntare la propria attenzione anche sulle carenze
costruttive (primi fra tutti gli impianti elettrici, che sono spesso
origine di innesco di incendio), e sulle carenze organizzative
e gestionali, perché i miglioramenti di questi aspetti fanno aumentare
notevolmente il livello di sicurezza in senso generale e della sicurezza antincendio in
particolare.
Nell'ambito dei materiali è chiaro che presenza di vernici, solventi
infiammabili, materiale da imballaggio, materiali plastici, derivati
del petrolio, strutture e rivestimenti combustibili, grandi quantità di
materiali infiammabili, già ci dà, in prima approssimazione,
una indicazione sul fatto che un luogo abbia un livello di rischio di incendio alto,
medio o basso, anche in relazione alla tipologia e quantità di
questi materiali presenti.
Un altro aspetto molto importante, nella valutazione, è costituita
dalle condizioni in cui si trovano i lavoratori e le persone esposte
ai rischi di incendio; tenere conto delle varie figure professionali,
soprattutto quelle più esposte per limitazioni motorie e sensoriali,
quelle non hanno un'adeguata formazione e preparazione per reagire in
caso di situazioni anomale o pericolose, e ovviamente le persone che
occasionalmente sono presenti ma che non fanno parte del ciclo produttivo
o della struttura.
Alla fine di tutte queste analisi ed interventi si perviene ad una determinazione
delle condizioni di rischio e si dovrà valutare le necessità di
eventuali ulteriori interventi necessari, la eventuale necessità di
installare ulteriori impianti antincendio, di allarme,
ecc..
E comunque, al termine, si deve valutare se la condizione di rischio
alla quale si è pervenuti sia accettabile o meno, in relazione
alla frequenze di accadimento previste per i singoli eventi ed alle conseguenze
in termini di danno alle persone, alle strutture, alla produzione.
Questo costituisce una valutazione dell'accettabilità del rischio,
sulla quale in Italia non ci si è ancora espressi, nel senso che è una
valutazione difficile, non codificata e non si è ancora stabilito
qual è il rischio accettabile; in teoria si vorrebbe che il rischio
accettabile fosse quello nullo, che nessuno si facesse mai male, che
non succedesse mai niente.
Ma sappiamo che questo non è possibile. Bisogna accettare un
certo livello di rischio residuo insito nella pericolosità delle
lavorazioni e situazioni di lavoro.
Per dare una indicazione sulle condizioni di accettabilità del
rischio esistono comunque dei criteri che aiutano nella valutazione del
livello di rischio di incendio e sulla sua accettabilità;
si può fare riferimento alle specifiche regole tecniche di prevenzione
incendi, e inoltre alle circolari, alle norme di buona tecnica, etc.
Anche nel campo della sicurezza antincendio il
rispetto delle normative di riferimento (la regola tecnica) risulta condizione
minima indispensabile per raggiungere un livello di rischio accettabile;
si deve comunque valutare se è possibile fare di più, per
raggiungere un migliore e più adeguato livello di sicurezza antincendio.
In linea generale per le attività soggette a controllo da parte
dei Vigili del Fuoco e per le quali esistono specifiche regole tecniche
di sicurezza antincendio, se si seguono le regole
tecniche generali o specifiche del settore, si ha già un'attestazione
di un livello di sicurezza antincendio sufficiente.
Comunque, in tutti i luoghi di lavoro per i quali non esistono specifiche
regole tecniche, risultano applicabili le linee guida contenute nel Decreto
del 10 marzo 1998, che è titolato: "CRITERI GENERALI DI sicurezza antincendio PER
LA GESTIONE DELL'EMERGENZA NEI LUOGHI DI LAVORO", emanato in applicazione
del D.Leg.vo 626/94.
Questo decreto contiene indicazioni su come effettuare, in primo luogo,
l'analisi di rischio incendio, che ricordiamo deve essere parte
integrante del piano di valutazione dei rischi, ed in secondo luogo fornisce
le linee guida che riportano le condizioni minime da rispettare nei luoghi
di lavoro in genere per garantire la sicurezza delle persone,
la loro possibilità di evacuazione, la protezione delle strutture,
le caratteristiche dei materiali utilizzabili, la protezione delle strutture
dal fuoco, e comunque con tutti quei requisiti minimi da garantire per
una adeguata sicurezza contro gli incendi.
Sono indicate tutta una serie di indicazioni risolutive e applicative,
sia per la fase preventiva sia per quella protettiva, organizzativa e
gestionale (compresa la gestione delle emergenze e la predisposizione
dei piani di emergenza, la costituzione delle squadre di emergenza e
la formazione dei suoi componenti etc).
Ad esempio vi sono le misure da seguire per la sistemazione delle vie
di esodo, per garantire una resistenza adeguata delle strutture al fuoco
(cioè che queste abbiano una tipologia strutturale idonea a garantire
una resistenza alle sollecitazioni tecniche conseguenti ad un incendio),
per evitare per quanto possibile la propagazione dell'incendio fra
le varie aree o zone (compartimentazione e una suddivisione per aree
di competenza antincendio); inoltre vi sono indicazioni
sulla realizzazione degli impianti antincendio e sulla
loro manutenzione (altro aspetto importante che solo da pochi anni è stato
codificato all'interno delle regole tecniche).
Un aspetto particolarmente importante risulta, a chiusura di quelle
che sono le procedure di sistemazione e organizzazione della sicurezza antincendio delle
strutture ed ambienti di lavoro, la predisposizione dei piani di emergenza,
cioè la organizzare della gestione dell'emergenza.
Un piano di emergenza non è altro che un piano che ci permette
di affrontare i possibili scenari incidentali, conseguenti alle ipotesi
di rischio sviluppate nello studio generale e particolare dei luoghi
di lavoro; si ha una previsione di ciò che può capitare
e rispetto a questo si stabiliscono i comportamenti e le azioni che devono
essere effettuate, con procedure standardizzate, scritte, precise, con
delle indicazioni molto chiare dei compiti, in modo da evitare il più possibile
degli errori di procedure.
E' chiaro che per i luoghi di piccole dimensioni, con pochi dipendenti,
possono essere sufficienti avvisi comportamentali scritti, ma per i luoghi
di lavoro di grandi dimensioni o a rischio elevato, si deve avere un
piano completo, con procedure scritte e allegati grafici.
Per fare un buon piano di emergenza antincendio si
devono conoscere gli ambienti e le strutture di lavoro, e si dovrà tenere
conto di tutte le considerazioni fatte in ambito di valutazione dei rischi;
quindi si dovrà tenere conto della caratteristica dei luoghi,
della caratteristica, tipologia ed ubicazione dei percorsi di esodo,
della ubicazione del personale, dei sistemi di allarme, della quantità e
qualità degli addetti al controllo di attuazione del piano di
emergenza, i quali dovranno essere individuati in fase preventiva.
Quindi i piani di emergenza antincendio devono
sicuramente contenere tutte le figure di riferimento, le azioni del lavoratore
in caso di incendio, le procedure di evacuazione, le modalità operative
per mettere in sicurezza gli impianti, tutti i modi per mettersi
in comunicazione con gli enti esterni (come USL, VV.F., Prefettura, ecc.)
per chiedere aiuto se questo fosse necessario; tutto questo deve essere
rapportato in funzione alle dimensioni dell'attività, e risulterà più o
meno complesso.
I piani devono essere provati, per verificarne la funzionalità ed
efficacia, per verificare la bontà delle scelte, la funzionalità del
sistema di comunicazioni, la capacità ed idoneità degli
addetti etc. Risultano sempre fondamentali le comunicazioni o le interazioni
fra le varie figure, aree, settori; se mancano sistemi di comunicazione
affidabili ed efficienti in caso di emergenza (che magari dipendono da
una alimentazione elettrica, e nel caso in cui quest'ultima dovesse mancare
e non si ha energia di supporto), salta il nostro sistema di comunicazioni.
Quindi è necessario che i piani di emergenza vengano provati
e verificati, testandone l'affidabilità e l'efficacia; a seguito
di queste verifiche, i piani di emergenza devono essere riverificati
per adeguarne l'attuazione in funzione di quelle che sono le risultanze
delle verifiche.
Con questo aspetto si completano i vari aspetti della sicurezza antincendio (prevenzione
e protezione, organizzazione gestionale e delle emergenze), e risulta
indispensabile che tutti questi aspetti siano adeguatamente studiati,
approfonditi e risolti (nel senso che si adottino adeguate sistemazioni
impiantistiche, strutturali ed organizzazioni gestionali) per poter dire
di avere compiutamente affrontate le problematiche di sicurezza antincendio nei
luoghi di lavoro.
Norma UNI 9494/UNI EN 1201-2
Il fumo, è ancor più del fuoco, la principale
causa della perdita di vite umane nell’incendio di un fabbricato.
Per ciò è necessario predisporre impianti specifici capaci
di garantire, in caso di emergenza, una potente estrazione dei fumi,
il mercato ormai da anni garantisce un ampia gamma di sistemi per soddisfare
ogni applicazione.
Impianti completi di evacuazione fumo
e calore a norma UNI 9494/UNI EN 1201-2, lucernari per qualsiasi tipo
di copertura, sistemi di ventilazione naturale o meccanica, illuminazione
zenitale. Fornitura chiave in mano con
connessioni a sistemi di rivelazione automatica
d’incendio di qualunque tipo e marca.
Manutenzione periodica ed interventi straordinari di assistenza.
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